giovedì 9 marzo 2017

Morire a 13 anni

Si può morire per un selfie? Questo l'interrogativo tragico che la scomparsa di un ragazzo di appena 13 anni sta proponendo in queste ore post incidente. 


Sembrerebbe ancora non confermata la versione del selfie, ma semplicemente pensare che è morto un tredicenne per uno stupido gioco, qualunque esso sia stato, è davvero sconcertante. Pensare che poche ore prima spensieratamente, come solo un ragazzo di quell'età sa fare, Leandro, questo il nome della vittima, magari rincorreva un pallone o giocava a nascondino ed è poi andato a finire sotto un treno, mette un'angoscia pazzesca.
Lì ci poteva essere un nostro figlio, un nostro nipote a cercare di fare la foto o più probabilmente a sfidare il destino incosciamente, ecco perchè non possiamo fare finta di niente.
Leandro non è solo la vittima di un gioco, ma è ognuno dei nostri ragazzi che non riescono a vivere la loro fanciullezza con la serenità con cui magari siamo cresciuti noi.
Un tempo piuttosto che un cellulare in mano alla perenne ricerca di un selfie o di un malcapitato Pokemon, cercavamo un sogno, una strada da percorrere, un albero su cui arrampicarci, una ciliegia da gustare o un goal da fare. 
Il vero interrogativo che ci dovremmo porre è cosa stiamo facendo noi adulti per questi ragazzi, che ci chiedono sostegno, che ci manifestano il loro disagio e che invece noi non comprendiamo.
Il loro è un grido d'aiuto e un perenne selfie della loro vita che noi adulti dovremmo fermare con dolcezza, ma con altrettanta decisione.
La vita non è un gioco o una foto: la vita è un sogno che non può finire a 13 anni.

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